Intervista a Jay Petervary, l’ultra-endurance mountain biker per eccellenza

Oggi, ho il piacere di presentarvi una breve intervista a Jay Petervary, ciclista sponsorizzato Salsa.
Jay ha una grande esperienza nell’ultra-endurance, molto più di quanto noi possiamo mai sognare, e senza dubbio, possiamo imparare molto da lui per migliorare noi stessi come ciclisti.

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Quanto il tuo background come ciclista di adventure racing ha influenzato la tua abilità nel ciclismo ultra-endurance?

Strana come domanda, spesso ho detto che il mio background come ciclista di “adventure racing” ha contribuito molto a rendermi come sono oggi. L’approccio, la pratica, e le teorie sulle “adventure racing” sono molto dure, ma spesso anche molto analitiche (se non sei in arretrato di sonno).
Cose come viaggiare leggeri nelle avventure in bicicletta in giro per il mondo sono semplici – io non ho mai portato nessun sacco a pelo per dormire se non qualcosa antipioggia per il calore, mai!
Nelle “adventure racing” non passi attraverso le città per fare rifornimento, si va nel bosco con la tua scatola di plastica che ha tutto il cibo necessario (meglio essere sicuri) e l’equipaggiamento almeno per 4 giorni su 7 della sfida che si vuole affrontare.

Se si sente freddo si deve pedalare più forte per riscaldarsi (o abbracciare il compagno di squadra) e se viene sonno il compito del tuo compagno di squadra è quello di cercare di tenerti sveglio o come minimo di tenerti al sicuro. E se l’intera squadra non è stata utile a combattere il sonno, potete formare una pila umana, coprirvi con lenzuola di emergenza, e dormire 15 minuti all’ora, così si faceva.

La difficoltà delle  “adventure racing” sta soprattuto nel trovare un percorso ciclabile poiché la maggior del tempo lo si passa trasportando la bicicletta. Attraverso le paludi, oltre le montagne, ci siamo spesso chiesti se avremmo mai trovato un sentiero percorribile.
Il lato calcolato delle “adventure racing” era la navigazione: fatto di una mappa e una bussola (il GPS non è consentito), il conteggio dei passi, il tenere il tempo, portare i cuscinetti, leggere le mappe e prendere delle decisioni. Non sai mai la rotta, a volte fino a pochi minuti prima della partenza.
Tutto quello che sapevi era che si sarebbe corso, pedalato, ci si sarebbe arrampicati, pagaiato, e forse anche pattinato… tutto in completa autonomia… per circa 500 km.
L’unica cosa è che “adventure racing” è uno sport di squadra. Viaggi insieme alla tua squadra, ti aiuti a vicenda, e ti basi sugli altri sia nella buona che nella cattiva sorte. Per qualche ragione mi guardo indietro e spesso mi dicoche non avrei mai dovuto spingere così tanto me stesso come in quei giorni. I tuoi compagni di squadra sono la tua ancora di salvezza, aumentano il livello al quale una persona può spingersi o essere spinto a fare, e io, oggi, sono molto propenso a sfidare i miei limiti. Questa è stata la mia iniziazione agli sport all’aria aperta e alle corse. Ho iniziato a fare le “adventure racing” quand’ero ancora fresco di college e ne ero consapevole da anni.
Guardo indietro e sorrido pensando alle cose che ho fatto, ma la mia esperienza mi ha assolutamente formato come persona. Mi sento molto fortunato per essere riuscito ad applicare le esperienze di quei giorni nei miei sforzi da ciclista solo di oggi. Tutto si fonda sull’esperienza e su come è possibile usarla.

Parliamo nello specifico del Great Tour Divide, dividi questi quattro elementi in percentuali di importanza: allenamento, equipaggiamento, forza mentale e fortuna

Allenamento…25% – Ti allenerai durante tutto il percorso e per tutto il tempo, ti terrai in forma lungo la strada. Non vorrai essere al top alla partenza, ma a metà…

Equipaggiamento…15% – Penso sempre ai tempi di Shackleton o ai Buffalo Soldiers. L’equipaggiamento che avevano o la mancanza di attrezzi, non sembravano fermarli.

Forza mentale…50% – Se non ci sei con la testa, non ci sarai nemmeno con il corpo. Preferisco usare il termine “mente forte” al posto di “forza mentale”.

Fortuna…10% – C’è un detto che dice… ognuno è artefice della propria fortuna. Ho anche cercato di rispondere alla domanda come mai non cerco fortuna che non vuol dire andare in contro alla sfortuna. La nostra linea e le decisioni alla fine determineranno l’esito o l’esperienza. Noi siamo gli unici responsabili della nostra avventura e noi la controlliamo, non importa il tempo o la fortuna.

Molti ciclisti professionisti sanno come combattere i momenti di negatività durante le gare o gli eventi. Come si fa a combattere la negatività? C’è bisogno di affrontarla in modo diverso durante ogni giorno della gara?

Faccio del mio meglio per tenere lontano dalla mia testa tutti i pensieri negativi, così come tutte le parole negative. Se rischio di varcare questa soglia, cerco di pensare positivo e di pensare alla teoria che per ogni cosa negativa ce n’è una positiva. Perché poi essere negativi? Io sto andando in bicicletta… una delle cose più libere che un uomo possa fare.

Qual è stato il momento più difficile che hai vissuto in bicicletta?

Accidenti, non mi viene in mente niente di così “difficile”… sicuramente ci sono state alcune esperienze epiche come spingere una fatbike con la neve alta fino alla vita, spostarmi mezzo miglio all’ora per più di 16 ore, ma non lo si può definire difficile. C’è voluta pazienza. Certo mi sono sentito affaticato e assonnato, ma non potevo fare diversamente, mi sono sentito così tante volte, l’ho solo accettato per quello che è. Questa domanda mi ha fatto pensare, quale sarebbe la cosa più difficile che potrei provare su una bicicletta?

Quando sei in sella a cosa pensi? O fai vagare la mente per un po’ da qualche altra parte?

Di solito penso “Come posso andare più veloce? Cosa posso fare per essere più efficiente? Quanto può resistere il mio corpo? Mi sto nutrendo/idratando abbastanza? Cosa posso fare vincere la mia sfida?”. Faccio anche dei conti matematici o semplicemente mi gusto il momento, spesso guardarmi attorno e rendermi conto di quello che mi circonda mi assorbe completamente… C’è così tanto da fare e da godersi in quei momenti. Faccio del mio meglio per tenere la vita di tutti i giorni e le cose personali a casa o lasciarli alla partenza. Durante la corsa devo avere il controllo su dove la mia mente va. Mi trasformo in una macchina e sono così concentrato dentro alla mia piccola bolla. Negli eventi più lunghi come il Tour Divide comincio a sentirmi un po’ a disagio quando arrivo in una città o devo interagire con le persone.

Se potessi dare tre consigli a chi intendesse affrontare per la prima volta il Tour Divide, quali sarebbero?

Costruisci da solo il tuo “kit”. Cerca di capire cosa ti serve e provalo prima.
Siate onesti con voi stessi quando stabilite un obiettivo di tempo. Siate realistici e non demoralizzatevi se non riuscite a raggiungerlo.
Dedicati alla corsa e gustati ogni momento pensando di essere la persona più fortunata al mondo.

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